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>> Idee e Contributi 2002-2004
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

Idee e contributi 2002-2004 (testi)


11 dicembre 2004 - Milano - Palalido
Il discorso di Romano Prodi
La trascrizione integrale dell'intervello di Romano Prodi alla manifestazione

Il futuro ci unisce .

Care Amiche, Cari Amici,

Grazie di essere qui oggi Così numerosi Così calorosi

Grazie a coloro che sono Venuti da più vicino, da Milano e dalla Lombardia e a coloro che sono venuti da lontano, da tutto il resto d'Italia.

Grazie a coloro che Hanno maturato e Vissuto la loro passione politica All'interno dei partiti.

Grazie agli uomini e alle donne di tutti i partiti qui rappresentati da Luciana Sbarbati, Clemente Mastella, Antonio Di Pietro, Francesco Rutelli, Enrico Boselli, Piero Fassino, Alfonso Pecoraro Scanio, Oliviero Diliberto e Fausto Bertinotti.

E grazie a tutti voi che nei movimenti, nelle associazioni, nei sindacati, nelle scuole, nei posti di lavoro vi battete e donate con generosità il vostro tempo e il vostro impegno per la costruzione di un'Italia migliore.

Cari Amiche e Cari Amici, nel febbraio del 1995 ho cominciato il mio viaggio nella politica. Un viaggio che ha avuto la sua stella polare nell'Europa. Capivo che dovevamo entrare nell'Euro non solo per aderire all'Europa della moneta unica, ma per dare finalmente un futuro stabile e prospero all'Italia. Oggi dobbiamo riprendere questo disegno di stabilità e di prosperità.

Esso esige una concezione della politica, non come affare, come scambio, come interesse privato, come merce, ma come progetto, come scelta di unire il paese e non dividerlo.

Abbiamo ascoltato le domande, abbiamo compreso i problemi, abbiamo condiviso le speranze dei nostri amici che hanno parlato qui di fronte a noi. Ad essi dobbiamo dare una risposta. Per questo voglio parlare del futuro. Del futuro da costruire tutti assieme per un'Italia protagonista in Europa.

Il mondo nel XXI secolo

Il mondo del XXI secolo è un mondo ancora carico di rischi e di paure: i terrorismi, le guerre e le povertà. Ma è anche un mondo carico di straordinarie opportunità nel quale un terzo dell'umanità si è svegliato, è uscito dall'isolamento ed ha trovato la strada dello sviluppo. Nel quale, tra la Cina e l'India, oltre due miliardi di persone, stanno scoprendo e provando che la povertà e la miseria non sono una maledizione eterna. Un mondo nel quale l'istruzione è più preziosa delle materie prime. Un mondo che sta imparando a riconoscere il valore dell'ambiente. Un mondo al quale i progressi della scienza, della medicina, delle biotecnologie schiudono nuovi orizzonti e nuove speranze di vita.

L'Europa

Un mondo nel quale c'è l'Europa. Un'Europa di 25 paesi, di 450 milioni di abitanti e, ora con una Costituzione, con politiche comuni per sostenere le regioni più povere, per promuovere la ricerca scientifica, per tutelare l'ambiente, l'agricoltura, la concorrenza e i diritti dei consumatori. Un'Europa che è un continente di pace, di libertà, di sicurezza. Un'Unione costruita con la democrazia e che, aprendosi a nuovi popoli e a nuovi Stati, ha esportato e sta esportando la democrazia. Un caso unico ed un esempio in un'epoca nella quale c'è chi cerca e si illude che la democrazia si possa esportare con la forza delle armi. L'Europa è la carta sulla quale l'Italia, uscita distrutta dalla guerra, ha scommesso il proprio avvenire. E fino a quando ha fatto questa scommessa ha vinto. L'Italia può ancora avere un grande futuro perché è parte della nuova e grande Europa dell'euro e dell'allargamento. Perché è il ponte naturale tra l'Europa e il Mediterraneo. Perché il Mediterraneo, passaggio obbligato delle merci che arrivano da un'Asia in crescita esplosiva, sta tornando, dopo cinquecento anni, al centro del mondo. Il futuro dell'Italia

L'Italia ha le risorse potenziali che contano nel mondo di oggi: lavoratori straordinari e imprenditori, piccoli e medi, che sono il nostro biglietto da visita nel mondo. I nostri successi sono stati il frutto di una sola ricetta. Di ingredienti semplici. Imprenditori coraggiosi, apertura alla concorrenza e ai mercati internazionali, grande attenzione alle risorse umane e ai lavoratori, legame col territorio e con le sue tradizioni produttive, scommessa sull'innovazione. Questa è la ricetta che dobbiamo promuovere e sostenere. Per rilanciare le nostre poche grandi imprese e per fare diventare grandi quelle di media dimensione. E' una sfida che ancora possiamo vincere. Ma ad una condizione: che non inganniamo noi stessi, che cominciamo col dire la verità. Gli italiani sentono il bisogno di parole di verità e di coerenza. E la verità, e lo dico con preoccupazione e dolore, è che l'Italia sta perdendo colpi e rischia di mancare l'aggancio con l'economia mondiale e con l'Europa. Siamo all'ultimo posto per la crescita tra tutti i 25 paesi dell'unione. All'ultimo posto. Il nostro reddito pro-capite è caduto sotto la media europea. Non era mai successo prima. Stiamo perdendo quote di mercato nel commercio mondiale: dal 4,5% al 3% tra il 1995 e il 2003. E questo, mentre sia Francia che Germania hanno mantenuto la loro competitività. In ricerca e sviluppo investiamo l'1% del reddito nazionale, la metà di quanto fanno, in media, gli altri paesi europei. Se guardiamo all'istruzione, il confronto è ancora più negativo. Solo il 57% dei giovani tra i 25 e i 34 anni ha completato le scuole secondarie, il 20% in meno dei loro coetanei negli altri paesi più industrializzati. E la qualità della scuola, come la competitività delle imprese, cade sempre più in basso in tutte le classifiche internazionali, mentre gli insegnanti soffrono la difficoltà di capire e di risolvere i problemi degli studenti. A partire dagli adolescenti.

Le ragioni del declino

Il rischio si fa ora drammatico. Non credete a chi vi dice che la colpa è solo del mercato del lavoro. Non credete a chi vi dice che la colpa è solo delle tasse. Le ragioni sono più profonde, sono più serie. Il mondo è cambiato: non è più quello del 1996 e le politiche non possono essere le stesse. Sono cambiati i modi della produzione. Sono cambiati i fattori del successo. Oggi, vince chi riesce a restare sulle frontiere dell'innovazione. Un'innovazione fatta di ricerca, di scuola, di università, di mercati aperti all'ingresso di nuovi protagonisti. Ma fatta soprattutto di una nuova voglia di provarci. Per questo al centro del nostro programma dovranno essere i giovani.

I giovani

L'Italia non ha scommesso sui giovani: eppure solo scommettendo su di loro potrà riprendere il cammino dello sviluppo. I nostri giovani stanno peggio dei loro genitori. Hanno meno speranze di quante ne avevamo noi alla loro età. Eppure potrebbero avere davanti a loro orizzonti sempre più ampi. Eppure, nei pochi casi in cui vengono date loro delle occasioni sono bravissimi. Nella ricerca nei settori più avanzati dalle biotecnologie alle nanotecnologie, nell'arte moderna, nella produzione di qualità. Ma in genere i nostri giovani sono costretti a restare in parcheggio sempre più a lungo. Anni sprecati perché dai 20 ai 35 anni la nostra società li spinge a vivere come adolescenti. Dovremo lavorare insieme ai giovani per una nuova scuola, più seria, più severa, più formativa, per portare anche l'Italia sulla frontiera dell'innovazione dalla quale è quasi assente, ma anche per dare nuova dignità al loro lavoro. I giovani hanno bisogno di conoscere diverse esperienza, di viaggiare e studiare all'estero, di studiare fianco a fianco nelle università italiane con decine di migliaia di coetanei di altri paesi. Voi giovani avete bisogno di conoscenze e di esperienze. Certo avrete anche bisogno, come si dice in linguaggio moderno, di mobilità. Ma qui si è confusa la mobilità con la precarietà in cui nulla è certo, nulla è previsto come stabile, nulla è pensato come duraturo. E il giovane anche quando trova un lavoro è perennemente angosciato dalla paura di perderlo e nulla può investire nel migliorare se stesso. Togliendo la sicurezza ai giovani, negando loro le occasioni di cui hanno diritto, noi togliamo ad essi e all'Italia la possibilità di crescere.

La stagnazione

E nella stagnazione tutto diventa impossibile. E noi siamo nella stagnazione. Non solo perché siamo l'ultimo nella crescita tra i 25 paesi europei, ma perché le nostre famiglie sono diventate più povere. Chi era già ricco lo è diventato ancora di più, mentre anche chi si riteneva più fortunato di altri fatica ad arrivare alla fine del mese. Non sorprende che oggi questo governo e questa maggioranza si ritrovino soli. La stagione delle illusioni è finita. Le famiglie, i giovani, gli anziani, i lavoratori, le imprese hanno fatto i conti. Hanno fatto i conti e si sono trovati, tutti, più poveri. Più poveri, soltanto quest'anno, di 31 miliardi di euro. 60 mila miliardi delle vecchie lire.

Il deficit pubblico

Il calcolo è semplice. A giugno c'è stata una prima manovra di 7,5 miliardi. A questa, si è aggiunta, in settembre, una seconda di 24 miliardi. Infine, pochi giorni fa, il governo ha deciso di tagliare le tasse, così hanno detto loro, di 6, 5 miliardi. Ma, poiché i soldi per finanziare questi 6,5 miliardi di tagli non ce li avevano, hanno aggiunto alla manovra un carico di 6 miliardi. Vogliamo fare la somma? Niente di più facile. 7,5 + 24 = 31,5
31,5 - 6,5 = 25
25 + 6 = 31

Sono 31 miliardi di euro. Questo è il conto. Ed è il conto solo per quest'anno. Tanto che l'ex ministro dell'Economia quanto un ministro ancora in carica hanno già detto che nella prossima primavera sarà necessario un nuovo intervento. E i risultati non cambiano anche se ci limitiamo alla sola parte fiscale. Il Presidente del Consiglio ha parlato del più significativo taglio delle imposte degli ultimi decenni. Strano, molto strano. Addirittura sorprendente. Se si prendono per buone le cifre ufficiali del governo, il prossimo anno avremo non un taglio ma un aumento delle imposte. E non si tratta di un aumento di poco conto. Nel 2005 le imposte aumenteranno di quasi 4 miliardi di euro. Sempre, naturalmente, che non ci siano nuove sorprese. Sono tasse pesanti, ingiuste, inutili e dannose. Sono tasse ingiuste perché colpiscono i più poveri e premiano i più ricchi. E sono tasse inutili e dannose perché non aiutano le imprese ad essere più competitive e l'economia a crescere di più. Per questo il governo ha deciso di chiedere la fiducia quando in Parlamento, si tratterà di approvare la sua Legge Finanziaria. Il governo pensa che, liberi di esprimere il proprio voto, gli stessi deputati della maggioranza potrebbero anche dire “no” a questa Finanziaria. Per una volta, credo che il governo abbia ragione. Una manovra che pesa per 31 miliardi di euro e che impone nuove tasse per quasi 4 miliardi non è facile da digerire. Forse è per questo che il partito del Presidente del Consiglio ha organizzato per oggi una manifestazione contro le tasse, un “no tax day”. Vogliono dire di no alle nuove tasse del governo.

Noi e le imposte

Hanno cercato di dipingerci come il partito delle tasse. Sbagliano. Noi pensiamo semplicemente che le tasse siano uno strumento per finanziare l'azione dello stato e dare ai cittadini la protezione e i servizi di cui hanno bisogno. Ciò a cui certo non possiamo rinunciare è il criterio che informa tutti i sistemi fiscali dei paesi democratici: la progressività. Questo vuole dire una cosa semplice: chi ha più possibilità è chiamato a contribuire in misura maggiore di chi ne ha meno. I beni pubblici, i servizi, la sicurezza ecc. debbono essere finanziati in misura crescente al crescere del reddito. Il fisco serve quindi a due cose: 1. regolare la crescita 2. ridistribuire il reddito Nel nostro Paese la distribuzione del reddito si è squilibrata al punto da diventare un freno allo sviluppo; basta guardare i dati sul consumo delle famiglie. Anche le tasse contribuiscono al nostro squilibrio. Esse gravano in maniera eccessiva sul lavoro. Questo deve essere il punto di attacco di una manovra fiscale che voglia ridare fiato alle famiglie e competitività alle imprese. Meno tasse e meno contributi sul lavoro e sui redditi da lavoro medio-bassi.

Le ragioni del disavanzo

Lo spazio per questa riduzione c'è. Non lo si deve trovare nei tagli ai servizi e allo stato sociale (questo è uno scambio che non potremo mai accettare). Lo spazio è anzitutto nella lotta alla evasione, che è enorme e crescente. E che durante il periodo del nostro governo era sensibilmente calata. Tre anni di condoni reiterati e una visione del fisco come nemico rischiano di annullare la possibilità di recupero di un rapporto positivo tra lo stato e i cittadini sul terreno fiscale.

La Legge Finanziaria è la firma di un governo che ha perduto il controllo della finanza pubblica. Da quasi il 5 per cento di avanzo primario del 2001 siamo ridotti a poco più dell'1%. In tre anni e mezzo hanno dilapidato il patrimonio che gli italiani avevano costruito in anni di sacrifici. Bastava che avessero mantenuto la situazione di bilancio che avevano ricevuto dal centrosinistra. Bastava questo, e avrebbero evitato manovre correttive, una tantum, cartolarizzazioni, condoni. Bastava questo e avrebbero evitato la vendita dei ministeri, delle sedi dell'Inps, delle caserme, delle strade. Avrebbero evitato di tagliare del 10% i fondi a disposizione dei carabinieri e della polizia. Non è con meno risorse che si combattono camorra, mafia e criminalità. Una criminalità che ha rialzato la testa ed è in crescita dovunque ad eccezione che nei telegiornali. Ma tre anni e mezzo di governo hanno prodotto un disastro non solo nei conti pubblici. Hanno prodotto nuove gravissime disuguaglianze. Hanno creato insicurezza e hanno tolto la speranza nel futuro. E' ora di rilanciare l'Italia.

Rilanciare l'Italia

Noi ce la possiamo fare. Perché noi siamo quelli che ce l'hanno già fatta quando la sfida era la più difficile. Siamo quelli che tutti i giorni ce la fanno nel governo delle città, delle province, delle regioni. Siamo quelli che le promesse le mantengono. Non servono miracoli, non c'è bisogno di bacchette magiche. Serve un lavoro duro, serio, continuo, giorno dopo giorno, senza trucchi. Attento ai problemi veri. Curando i conti pubblici. Tagliando le tasse sul lavoro e non quelle sui ricchi, perché è così che si riducono i costi delle aziende, si promuove l'occupazione e si sostengono i consumi. Concentrando gli incentivi e i crediti fiscali sulla ricerca e sull'innovazione. Promuovendo la concorrenza per garantire mercati liberi e aperti. Combattendo le rendite e i monopoli nelle professioni, nella distribuzione, nelle banche, nelle assicurazioni, nei trasporti, nell'energia. Perché chi paga il conto finale dei costi di queste posizioni di privilegio sono le famiglie e le imprese. Niente può più rapidamente rafforzare la capacità di competere del nostro sistema produttivo di una ventata di concorrenza nell'economia.

Ancora l'Europa

Fortunatamente, l'Italia può contare su una grande alleata: l'Europa. L'Europa ha bisogno di un'Italia che si rimetta nel solco della sua grande tradizione e torni ad operare in favore di una più forte integrazione. L'Europa ha bisogno dell'Italia per darsi una nuova e più forte capacità di decidere, nel governo dell'economia, nella politica dell'immigrazione, nel sostegno alla ricerca scientifica, nella politica internazionale. Per consolidare, su un piano di mutuo rispetto e di reciproca dignità, l'alleanza con gli Stati Uniti d'America. Per contribuire a rafforzare l'autorità delle Nazioni Unite e la stabilità dell'ordine mondiale. L'Europa, dunque, ha bisogno dell'Italia. Così come l'Italia ha bisogno dell'Europa.

Le tre priorità

Giovani. Immigrazione. Mezzogiorno. Questi sono i punti critici dell'Italia di oggi, su cui fare ripartire l'intero Paese. Queste sono le emergenze. Queste debbono essere le nostre grandi priorità. I giovani, gli immigrati e il Mezzogiorno sono le nostre grandi risorse per il futuro. Sono le risorse più preziose sulle quali investire. Nel quadro dell'Europa e con l'aiuto dell'Europa. Che fare allora? Scuola, scuola, e, poi, ancora scuola. E' da qui che si parte. Scuola che trasmetta con equità il sapere e, soprattutto, la capacità di apprendere. Scuola, con tutti i progetti Erasmus possibili, per mettere i nostri ragazzi in contatto e su un piano di parità con i loro coetanei negli altri paesi. Scuola e università che sappiano riconoscere il merito e promuovere l'eccellenza. Ma, poi, porte le più aperte possibile verso il mondo del lavoro. Per dare ai nostri giovani, ai nostri giovani uomini, soprattutto, alle nostre donne, l'opportunità di misurarsi con il lavoro, di creare ricchezza per sé e per la nazione. Per dar loro la possibilità di crearsi una famiglia e di fare dei figli senza aspettare di avere 35 anni.

Le giovani donne

Sono soprattutto loro, le giovani donne, che possono portare un contributo decisivo per far fare un salto in avanti alle nostre imprese, alla nostra società, alla nostra politica. Ho visto quanto più forte è il ruolo delle giovani donne negli altri paesi europei. E' ora che anche noi diamo una mano di rosa all'Italia.

Gli immigrati

Ma i nostri giovani, da soli, non basteranno. Da qui al 2025, su una popolazione che non dovrebbe variare di molto, i giovani sotto i vent'anni caleranno da 11 a 9 milioni, e quelli tra i 20 e i 39 anni da 17 a 12 milioni. Per sostenere un paese nel quale gli anziani sopra i 65 anni saliranno da 10,5 a 14,6 milioni, per produrre quel benessere che i nostri giovani non saranno più in grado di garantire, avremo bisogno di uomini e donne di altri paesi. Stato centrale, autorità locali, mondo delle imprese e del volontariato, associazionismo religioso e laico: tutti dovranno essere coinvolti in una sforzo coerente. Si tratterà in primo luogo di governare l'ingresso nel territorio e nel mercato del lavoro di queste nuove genti. Non più un'immigrazione di puro residuo, ma un'immigrazione guidata e gestita nella quantità e nella qualità delle persone. La Legge Bossi-Fini ha preso atto della complessità della questione degli immigrati, ma cercando di umiliarli nei centri di detenzione più per fini elettorali che per bisogno oggettivo. Non si deve alimentare la paura per calcolo elettorale, perché gli immigrati sono una risorsa indispensabile per il nostro paese, ma di valorizzare i rapporti con i paesi di provenienza e di regolarizzare e programmare i flussi. La paura non ispira la buona politica che, al contrario, domanda lungimiranza e intelligenza. Ma soprattutto è la convivenza tra cittadini ed immigrati che dovrà essere curata perché gli immigrati saranno un giorno nostri cittadini, dovranno parlare la nostra lingua e dovranno conoscere e praticare le nostre leggi.

Il Mezzogiorno

Anche per il Mezzogiorno l'ancora alla quale agganciarci è l'Europa. Un'area di stabilità e di crescita vigorosa ad est, con i Balcani davanti alle nostre regioni adriatiche. Un nord Africa sulla via dello sviluppo a poche centinaia di miglia dalle nostre coste. Un'Asia che, dal Canale di Suez, arriva in Europa attraverso il Mediterraneo con la imponente e vertiginosa crescita dei suoi traffici, ma che il nostro Mezzogiorno non si è preparato a ricevere con una nuova logistica, con la capacità di trasformare e adattare i beni che dal più grande centro di produzione(l'Asia) vanno nel più grande mercato del mondo(l'Europa). Un'Asia che al Mediterraneo e al nostro Mezzogiorno chiede porti, scali aerei, capacità logistiche. Ora chiede anche la cancellazione totale di ogni influenza mafiosa e di ogni azione di disturbo e di controllo sulla vita delle imprese e di coloro che operano nelle imprese. Il Mezzogiorno ha perduto la grande occasione degli investimenti europei (diretti verso la Spagna). Ha perduto l'occasione degli investimenti americani in Europa (approdati in Irlanda e nel nord del Continente). Ora sta arrivando l'ultima occasione: l'irruzione dell'Asia in Europa. Non perdiamola e prepariamoci fin da ora, consapevoli almeno che da Gioia Tauro a Rotterdam ci sono almeno quattro giorni di navigazione. E poi, ci sono, alle porte, i turisti. Non più solo i giapponesi, ma i nuovi cinesi, pronti a innamorarsi delle nostre bellezze, se non verranno costretti a scegliere altre mete, meglio organizzate, meno care. Con un reddito pro capite pari a meno del 70 per cento della media nazionale, il Mezzogiorno è il collo di bottiglia che più condiziona le capacità di crescita dell'Italia. Ma è anche la riserva più importante della quale disponiamo per far fare un salto in avanti al nostro sviluppo.

La fiducia nella Politica

Nel 2001 la destra ha vinto le elezioni. Da allora gli italiani hanno via via perso la fiducia nel governo perché il governo non ha trasformato le promesse in fatti, non ha dato risposta ai loro problemi. Non usiamo però cari amici, la sfiducia nei confronti del governo per nascondere la gravità di tutti i nostri problemi. Nel rumore di una politica fatta di parole, gli italiani hanno perso la fiducia non solo nel governo ma nei confronti di tutta la politica e anche nei nostri confronti. Dobbiamo quindi meritarci il nostro ruolo e le nostre responsabilità. Dobbiamo riprendere piani coraggiosi per restituire all'Italia la crescita, per creare posti di lavoro veri, ospedali migliori, scuole finalmente all'altezza dei tempi, un sistema pensionistico più sicuro. Alla base di tutto ciò dobbiamo mettere una grande disponibilità al cambiamento in settori di base.

Energia e Ambiente

Ne cito solo due per tanti: l'energia e l'ambiente. Abbiamo un grave problema nel nostro sistema energetico: la dipendenza dai combustibili fossili, petrolio, carbone, gas è esagerata; non sostenibile. Un programma forte di ricorso alle energie rinnovabili è indispensabile ed urgente. E non solo per il bene del nostro paese, per ridurre la nostra dipendenza strategica dall'estero. C'è anche un motivo legato ad una nostra nuova presenza nel mondo. I due miliardi di persone che stanno affacciandosi a consumi energetici simili ai nostri, non potranno seguire il nostro modello di consumo. E allora dobbiamo insegnare a noi e a loro a non fare come abbiamo fatto noi. Dobbiamo aiutare gli altri ad evitare i nostri errori. Nell'ambiente la grande novità è la ratifica del trattato di Kyoto, per la quale da Bruxelles ho personalmente dedicato grande energia. Una sfida che, se vinta farà avanzare l'Italia. Se persa la farebbe arretrare gravemente. L'euro non era solo dei banchieri. Kyoto non è solo degli ecologisti. L'euro non era solo moneta, ma un patto allargato di comune convivenza e comune destino. Kyoto non è solo clima ma sostenibilità e qualità della vita in Italia ed in tutto il pianeta. E può essere anche un grande stimolo per nuove linee di sviluppo industriale, per il recupero di innovazione e di competitività. In Italia vuole dire metropolitane, nuove ferrovie, treni moderni, auto avanzate e pulite, pannelli solari e centrali eoliche.

Non una somma di divieti quindi ma un nuovo sapere.

Un importantissimo fattore di crescita.

Lo Stato Sociale

Ci serve la crescita anche per sostenere e riorientare lo stato sociale. Non certo per smantellarlo e sostituire ai diritti la carità e la compassione.

Alla compassione noi preferiamo i diritti.

Non possiamo accontentarci di un welfare che interviene ex-post a riparare le situazioni di disagio. Dobbiamo eliminare privilegi e posizioni di rendita per garantire a tutti più opportunità. Dobbiamo promuovere la realizzazione delle persone e la vita serena delle famiglie. Non si riconosce il valore della famiglia se ad essa si sottraggono servizi e sostegni. La crescita ci dona le risorse per costruire il nuovo stato sociale ma nella nostra impostazione lo stato sociale e la coesione sono elementi dello sviluppo, non ne sono un freno. Se non si produce ricchezza si distribuisce povertà. Se non si rafforzano i diritti non si genera un vero benessere.

Sviluppo e democrazia

Noi risponderemo con la ripresa dello sviluppo, ma anche con la trasformazione della vita democratica e la riforma del finanziamento della politica. Con le nostre proposte coraggiose e con la volontà di realizzarle riacquisteremo la fiducia dei cittadini e riceveremo da loro il compito di portarli fuori dalla crisi. Esercitare la leadership politica non significa mediare o rincorrere l'opinione prevalente. Fare politica vuol dire mettere sul tavolo i temi difficili, proprio quei temi che molti vogliono evitare o ignorare perchè pensano che non si possano risolvere. Fare politica non significa seguire i sondaggi. I sondaggi di opinione, come mi ha più volte detto un consigliere di Clinton, ti dicono solo da che parte sta la gente. Che cosa la gente già pensa. Ed è inutile portare la gente dove già si trova: bisogna portarla più avanti.

Fare assieme il programma

Abbiamo davanti a noi molti mesi per ascoltare, per capire e poi decidere insieme con onestà e con serenità dove dovremo andare.

E là porteremo il Paese quando avremo la responsabilità del governo.

Non possiamo, nel frattempo, perdere le nostre radici che ci debbono rendere attenti ai problemi quotidiani di tutti e soprattutto dei più deboli. Troppe volte abbiamo rischiato di perderle, per dedicarci alle pur necessarie discussioni interne. Molti giovani hanno perciò perso la fiducia nella politica per dedicarsi ai problemi personali o anche ad una generosa dedizione alla propria comunità o alla protezione di categorie più deboli o di persone sofferenti. Sono cose belle, anzi molto belle, ma che non possono essere messe in pratica senza la politica, senza una nuova politica. Lo vediamo oggi quando le risorse per il welfare scarseggiano sempre più, quando comuni e province non hanno più risorse per le madri, per gli asili nido, per gli emigranti, per gli handicappati o gli emarginati. Altri che hanno perso fiducia nella politica, sono fuggiti per la crescente scorrettezza della politica. Noi dobbiamo rivendicare l'importanza morale della politica. La concentrazione della ricchezza e del potere sta moltiplicando gli abusi, demolisce la fiducia nell'economia italiana e nel governo, elargisce grandi ricompense a una piccola minoranza e getta nell'insicurezza gli altri. Questa politica non è morale, è una politica senza valori.

I tre NO

Per questo dobbiamo dire tre NO. Il primo è allo stravolgimento della Costituzione. No ad una riforma della Costituzione che è una vera e propria controriforma. Che punta a spaccare il paese nella sua unità istituzionale, culturale e civile. Si rompe l'equilibrio dei poteri, si spezza l'unità del paese. Di nuovo una concessione alle bandiere di qualche partito regionale. Un modo di intendere la politica, che per accontentare qualcuno compromette il disegno di tutti. Il secondo no è ad una riforma della Giustizia, che punta a spezzare il senso della legge. Si umiliano i giudici, si fanno le leggi ad personam, si schierano gli avvocati delle proprie cause nella battaglia parlamentare. Il risultato è che non solo si indebolisce gravemente l'ordinamento giudiziario italiano, ma si toglie ogni fiducia dei cittadini verso la legge, perché la legge viene identificata nell'interesse di una persona o di un gruppo e non nella tutela del diritto e della giustizia. Il terno no è ad un cambiamento delle regole del confronto elettorale e delle norme che garantiscono un livello minimo di parità nell'uso delle risorse della comunicazione. Ma non ci dobbiamo stupire che questo governo e questa maggioranza siano contrari alla parità.

Il viaggio dell'ascolto

Il viaggio che oggi iniziamo in tutto il paese è un viaggio di ascolto. L'Italia è più grande e più forte della rappresentazione che molti ne vogliono dare. Una rappresentazione che non ne riconosce le risorse e lo vuole portare sulle strade pericolose della divisione e del conflitto, in cui le parole sono sempre gridate e sempre vuote. Noi vogliamo capire le risorse e i problemi del nostro paese e presentare in modo pacato e sereno le soluzioni, che questo viaggio nella fatica e nelle speranze dell'Italia ci avrà suggerito. Questo non è più il tempo delle gelosie, delle vecchie discussioni tra partiti e società civile, della ricerca di piccole rendite di posizione. Oggi come sessant'anni fa siamo chiamati ad una nuova ricostruzione.

Il tempo corre più veloce dei ritmi della politica.

E allora, senza lasciare in dietro nessuno, dobbiamo cambiare marcia e dare un grande segnale di unità. Questo oggi ci viene chiesto dalla parte migliore del paese, che non tollera più un mondo politico litigioso e diviso.

Il cantiere è aperto. Tutti sono chiamati a lavorare in questo cantiere. Vinceremo se sapremo innovare la politica, se parleremo agli italiani dei loro problemi. Se ogni energia sarà mobilitata.

Ciò che ci deve distinguere e che alla fine ci farà vincere è il linguaggio della verità e della coerenza.

Ed è con la verità e la coerenza che faremo crescere un'Italia Unita.



Novembre 2004
Appello alle istituzioni europee, italiane e lombarde
Vista dal satellite la Pianura Padana è tra i siti più inquinati del Pianeta Terra.
Serve un nuovo patto per lo sviluppo sostenibile in Lombardia, un'alleanza tra sfere del sapere e del vivere, del produrre e del governare.
Promosso da:
Carlo Monguzzi, Ermete Realacci, Antonio Panzeri, Monica Frassoni, Fiorello Cortiana

La fotografia mostra la mappa atmosferica globale ad alta risoluzione dei livelli di inquinamento da biossido di azoto (NO2) rilevata da Envisat, il più grande satellite del mondo dedicato al monitoraggio ambientale, dopo 18 mesi di osservazione. 
Il biossido di azoto , un inquinante che noi consideravamo in gran parte sconfitto , è prodotto dalle emissioni delle varie forme di combustione, dalle centrali alle industrie pesanti e dal trasporto stradale. Sul sito ufficiale della Agenzia Spaziale Europea, www.esa.it , si possono scaricare altre immagini e una relazione scientifica di sintesi.
A noi questa semplice fotografia ha fatto un'enorme impressione: dalla foto emerge che la Pianura Padana è una delle aree più critiche del Pianeta Terra. Tutto ciò conferma le nostre convinzioni e la correttezza delle battaglie che abbiamo combattuto. E ci fa concludere che sono in gran parte inadeguate le politiche ambientali attuate in Lombardia negli ultimi anni, se la situazione è ancora questa. La stessa foto ci mostra però anche i limiti della nostra iniziativa e del nostro pensiero di fronte alla gravità di una realtà che impietosamente una semplice fotografia riesce a mostrarci.
Per questo riteniamo sia necessario stimolare un dibattito culturale e scientifico , favorito dai media attraverso anche la pubblicazione della foto, tra istituzioni della politica, dell'economia e della società. A loro è rivolto il nostro appello che chiede di far nascere un nuovo patto tra cittadini, istituzioni, università e centri di ricerca e imprese che prenda atto della realtà, senza nascondersela. Un'alleanza insomma che leghi insieme le sfere del sapere e del vivere, del produrre e del governare.
Un patto da cui possano germogliare idee adeguate per nuove e concrete politiche ambientali per lo Sviluppo sostenibile della Lombardia. Politiche che siano sempre più adatte a una realtà che purtroppo, nonostante alcuni miglioramenti su certi versanti, evolve o quanto meno si attesta su un crinale piuttosto negativo , come dimostrano le immagine del satellite.
Grazie a un nuovo patto che produca nuove azioni, e a una puntuale informazione di tutto ciò, è possibile che nasca una nuova consapevolezza in tutti i cittadini , per indurli a modificare in modo più sostenibile i propri stili di vita . E' possibile poi che chi ha responsabilità di governo adotti politiche ambientali più adatte ed efficaci, stimolando una nuova stagione di sviluppo della ricerca per scoprire soluzioni innovative ecologicamente compatibili per le imprese. Ed è possibile infine che sul versante dei processi produttivi, tutto ciò si traduca in una spinta all'innovazione tesa a migliorare competitività e sostenibilità, e che questa penetri più in profondità nell'organizzazione ma soprattutto nella cultura delle imprese , da quelle piccole e medie a quelle di più grandi dimensioni.



8 settembre 2004

Appello del Comitato Fermiamo la guerra e di Un Ponte per...
per la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta

Noi, movimento italiano per la pace, fratelli e sorelle di Simona Pari e di Simona Torretta, operatrici di pace in Iraq, chiediamo alle persone che le detengono insieme ai due operatori iracheni, Ra'ad Alì Abdul-Aziz e Mahnaz Bassam, di liberarli subito. Vi chiediamo di considerare quanto danno state provocando alla causa della pace e a quella del popolo iracheno.
Come ha scritto l'Unione delle comunità islamiche in Italia, "testimoniate coscienza di un debito di riconoscenza nei confronti di coloro che hanno condiviso la sofferenza del popolo iracheno negli anni dell'embargo, che sono rimasti nel paese quando dal cielo piovevano le bombe, che non l'hanno abbandonato neanche in questi mesi orribili di confusione e violenza".
Vi chiediamo di non spezzare il filo di solidarietà che, nonostante e contro l'embargo prima e la guerra poi, nonostante e contro le scelte del nostro governo, persone come le nostre sorelle hanno mantenuto tenacemente e coraggiosamente, ad esempio rifornendo di acqua la popolazione assediata di Falluja e Najaf.
"Un ponte per", la loro Ong, insieme a centinaia di organizzazioni sociali e politiche del nostro paese, ha organizzato gigantesche manifestazioni a favore della pace e per il ritiro delle truppe straniere dall'Iraq, e ha cercato di non abbandonare gli iracheni all'arbitrio dell'occupazione militare.
In nome di questa lotta e della verità, vi scongiuriamo: liberateli subito.
Al popolo iracheno e a tutti gli amanti della pace nel mondo, e in Italia, chiediamo di aiutarci nel tentativo di salvare la vita di Simona Pari, di Simona Torretta, di Ra'ad Alì Abdul-Aziz, di Mahnaz Bassam. Erano a Baghdad a nome di tutti noi. Nella loro prigione siamo anche noi, oggi.
La loro liberazione sarebbe uno spiraglio di luce nel buio della violenza. Ancora in queste ore, in molte città irachene, la guerra miete vittime innocenti. Perciò continuiamo a chiedere con fermezza che tacciano le armi, che termini l'occupazione.
Ogni forma di mobilitazione, di pressione, gli appelli e le fiaccolate, i messaggi ai rispettivi governi sono i mezzi di cui disponiamo, noi popolo della pace. Usiamoli tutti, adesso.
Al movimento italiano chiediamo di scendere in piazza, in ogni città, da subito, con i colori dell'arcobaleno e nel nome delle nostre sorelle e dei nostri fratelli sequestrati in Iraq.

Il Comitato italiano Fermiamo la guerra, organizzatore delle marce del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004

Un ponte per Baghdad



28 luglio 2004
Opere insostenibili - intervista a Anna Donati curata da Marcello Volpato
Varata la prima stangata da 7,5 miliardi di euro , si attende di conoscere il contorno di quella ben più sostanziosa da 24 miliardi, prevista nella prossima finanziaria del governo Berlusconi . Nell'attesa, molti si chiedono come il premier riuscirà a rispettare uno dei punti fondamentali del contratto con gli italiani, molto criticato da Verdi e ambientalisti: le grandi opere . Di questo abbiamo parlato con Anna Donati, senatrice dei Verdi , che per il Sole che ride segue la partita sulle infrastrutture e sulla mobilità sostenibile.

Le malandate casse pubbliche permetteranno al premier di realizzare quanto promesso?

Certamente le scarse risorse non gli permetteranno di rispettare le promesse. Se si fa un bilancio di quelle realmente disponibili si scopre che a fronte del costo complessivo, stimato dal governo nel decennio in 125 miliardi di euro , si sarebbero dovuti reperire nel quinquennio 2002-2006 almeno 60 miliardi di euro . Di cui circa due terzi provenienti dalle casse dello Stato. In realtà, per lo stesso periodo sono stati stanziati solo 9,5 anziché 40 miliardi di euro. Una stima dell'Ance (l'associazione dei costruttori edili) dice che il Cipe ha già approvato opere per 39 miliardi di euro, ma ben 22 miliardi sono ancora da finanziare .

Qual è il giudizio dei Verdi sul piano della Cdl per le infrastrutture del Paese?

250 interventi senza una strategia di politica dei trasporti e che non rispondono agli obiettivi di riequilibrio modale e di sostenibilità. Basti pensare che per ben il 58% si tratta di nuove autostrade che aumenterebbero la quota percentuale di traffico su gomma . E che se venissero realizzate farebbero fallire con certezza ogni impegno per la riduzione dei gas serra previsto dal protocollo di Kyoto e dalla Legge italiana di recepimento. E' una sommatoria di elenchi e di richieste, senza selezione e senza criteri. A questo si aggiunga che nessuna verifica di sostenibilità ambientale è stata applicata sul Piano delle opere con l'applicazione di una Valutazione Ambientale strategica per selezionare quelle più utili e meno impattanti, nonostante che una direttiva europea lo preveda. E' il solito modello di tutto di più, che creerà un enorme buco nelle case dello Stato e un pesante debito pubblico per le generazioni future.

Nelle occasioni pubbliche i Verdi dicono che non sono solo il partito del no: nel caso delle infrastrutture quali sono i sì del Sole che ride?

E' un lungo elenco: gli investimenti ferroviari, quelli a sostegno del cabotaggio e della portualità , l'adeguamento delle strade statali come alternativa alle autostrade sbagliate. Ad esempio è il caso dell'adeguamento della Aurelia e della Pontina in alternativa alla autostrada della Maremma e al corridoio Tirrenico Meridionale, del progetto alternativo di adeguamento delle strade locali presentato dai Sindaci che si oppongono alla Brebemi (l'autostrada direttissima Brescia, Bergamo, Milano) e alla Pedemontana Veneta. Vi sono poi gli investimenti per le città, oggi davvero abbandonate e soggette solo ai tagli: c'è bisogno di investire sulle reti tramviare e metropolitane, sul Trasporto collettivo, sulla riqualificazione delle città e sulle aree verdi. Qui Il ritardo è insopportabile.

Quali sono le opere che i Verdi vogliono che potrebbero essere messe a rischio nella precaria situazione della finanza pubblica?

Il rischio concreto è che vengano tagliati gli investimenti ferroviari e gli investimenti per l'adeguamento della viabilità locale mentre il Governo non rinunci alle opere più simboliche, inutili ed impattanti come il Ponte sullo Stretto di Messina. Basti pensare che il Ponte costa sei miliardi di Euro (e siamo solo al preliminare): in pratica l'equivalente della manovra estiva che ha tagliato le risorse per gli Enti locali e i Comuni e per l'assistenza sociale.

Gli incentivi all'autotrasporto sembrano poco utili alla causa della mobilità sostenibile. Fanno così anche nel resto dell'Europa?

La forma più concreta di sostegno all'autotrasporto è che i pedaggi autostradali decisi dal Cipe prevedono che un Tir paghi solo il doppio di un automobile nonostante occupi e usuri la strada assai di più. Nel resto dell'Europa vi sono delle soluzioni assai diversificate e in molti paesi non esiste nemmeno il pedaggio sulle autostrade come nel caso della Germania, che sta cercando però di introdurre ora un sistema di pedaggiamento. Diciamo che in ogni Paese europeo si cerca di sostenere le alternative modali mediante misure, incentivi, fiscalità e divieti, ma anche l'Autotrasporto gode di vantaggi, incentivi e protezioni. In realtà quello che ci allontana dall'Europa è l'assenza di un sistema logistico efficiente ed organizzato per ridurre l'impatto, i carichi a vuoto, e promuovere l'intermodalità.

Le autostrade del Mare sembrano più competitive anche economicamente del trasporto su gomma. Perché non decollano?

In realtà le autostrade del mare ed il trasporto di cabotaggio stanno avendo nel nostro paese un enorme sviluppo , sia grazie alla congestione insostenibile sulle strade, sia perché sono state assicurare detassazioni sulle attività grazie anche alle proposte dei Verdi in Parlamento e al fatto che alcuni operatori privati oggi puntano davvero al cabotaggio. Ma le misure di sostegno predisposte dal Governo sono insufficienti e soprattutto ogni volta che l'Autotrasporto mostra i suoi limiti e la sua inefficienza si interviene con misure di sostegno sui pedaggi e sul gasolio. In questo modo si alimenta una concorrenza sleale tra modalità dove quella più impattante è anche quella più sostenuta.

Il pesante sbilanciamento della modalità di trasporto a favore della gomma fa rischiare all'Italia qualche richiamo comunitario?

Richiami normativi non ritengo siano possibili. I ritardi del governo Berlusconi rischiano però di farci perdere risorse ed incentivi per le modalità a minore impatto che la Commissione Europea sostiene dove sono anche ammessi gli aiuti di Stato, come il cabotaggio.



19 maggio 2004
Una Bolla di Gas ci sommergerà ?
di Tazio Borges - www.tazioborges.it

“La domanda di gas naturale non cresce come dovrebbe e l’offerta pare aumentare ogni giorno. In Europa e in Italia in particolare si sta andando verso una situazione di over supply, cioè un eccesso di offerta. Una bolla che se scoppiasse rischierebbe di determinare effetti assai negativi sul mercato”. Con queste parole Vittorio Mincato, amministratore delegato dell’Eni, lanciava l’allarme, nel marzo del 2003, in occasione dell’Offshore Mediterranean Conference (Vedi Il Sole 24 Ore del 27 marzo 2003).
Bene, hanno pensato in molti: se c’è eccesso di offerta vuol dire che il prezzo del metano scenderà!
E invece NO; se c’è eccesso di offerta il prezzo aumenterà! Perché? Perché i contratti di fornitura stipulati dall’Eni con i paesi produttori di gas adottano quasi tutti la formula “Take or Pay” che tradotto vuol dire: se non lo vendi lo paghi lo stesso. E se le vendite non crescono come previsto, ad ogni metro cubo di metano venduto verrà caricato il costo dei metri cubi non venduti. E dato che Mincato prevede un surplus di oltre 16 miliardi di metri cubi al 2010 rispetto ai 105 inizialmente previsti, il rincaro del prezzo del gas non può che essere dello stesso ordine di grandezza, ovvero intorno al 15% oltre l’inflazione e gli annessi e connessi.
La parola d’ordine è quindi: “vendere più gas”. Ma dato che così può suonare male, occorre trovare una sponda. Dove? Ma nell’Ambiente naturalmente. Quindi la parola d’ordine “politically correct” diventa: “promuovere la penetrazione di combustibili meno inquinanti”. Quindi via libera ai cicli combinati a gas, alle incentivazioni per trasformare gli impianti di riscaldamento da gasolio a metano, alle stazioni di rifornimento per automobili alimentate a metano, ai divieti di utilizzare carbone e olio combustibile nelle città. Tutto finalizzato al miglioramento della qualità dell’aria, ovviamente. Così incastriamo anche gli ambientalisti a discutere di aria calda e la smettono di rompere, purché non si parli più di uso razionale dell’energia e di risparmio energetico.
Già, il risparmio energetico! Cosa è questa storia che in Germania e in Austria le case consumano un terzo delle nostre? Che i tedeschi hanno codificato procedure per costruire abitazioni che consumano 10 volte meno delle nostre? Noi non possiamo permetterci il lusso di ridurre i consumi. L’acqua calda dal sole? Per carità! Va bene per gli svedesi, i danesi, gli austriaci gli olandesi. Noi abbiamo il metano che ci dà la mano. E il sole? Va bene per la tintarella, ma con cautela, perché troppo sole fa male!
Gira voce che a Carugate, un paese fuori Milano, sia obbligatorio installare pannelli solari per l’acqua calda, caldaie a gas a condensazione per il riscaldamento e in più è obbligatorio coibentare gli edifici con valori doppi rispetto alle disposizioni di legge. Ma quello che è preoccupante è che il regolamento edilizio adottato a Carugate sta avendo successo tra la popolazione, sia presso i progettisti e anche presso le imprese edili e per di più altri Comuni lo stanno imitando.
Se città come Milano o Torino adottassero un regolamento simile sarebbe la fine; esploderebbe la bolla del gas. In Alto Adige la Provincia obbliga le nuove abitazioni a consumare meno di 70 kWh per metro quadrato per anno. Addirittura a Bolzano danno premi a chi costruisce case che consumano meno di 30 kWh per metro quadrato. Ma lì sono mezzo tedeschi, usano la biomassa, il solare e non capiscono il povero Mincato che si angoscia per il nostro bene. Le nostre case a Milano consumano più di 163 kWh per metro quadrato e noi ce ne guardiamo bene dal ridurre i consumi; sarebbe come fare un dispetto all’AEM. Un grosso dispetto, anche perché il Comune si è fatto in quattro per mantenerne il controllo e se riduciamo i consumi, riduciamo gli utili di AEM, e poi dove li troviamo i soldi per la Milano da bere? Non si può mica continuare all’infinito a spremere i milanesi con le multe per divieto di sosta. Bisogna spennarli con misure più soft e soprattutto con strumenti di mercato, quale l’aumento del prezzo del gas.
Per fortuna i nuovi Decreti ministeriali sull’efficienza energetica (quelli del 21 Aprile 2001) sono ancora fermi in Conferenza Stato-Regioni. I due provvedimenti fissano l’obbligo per i distributori di energia elettrica e gas, con bacini di utenza superiori ai 100.000 clienti, di realizzare interventi di uso efficiente dell’energia presso gli utenti finali e raggiungere così il target di risparmio di energia primaria fissato. Anche il 2004 è ormai praticamente sfumato; per il 2005 si vedrà.
Bisogna comunque correre ai ripari in modo definitivo. Il Governo dovrebbe autorizzare i Comuni ad aumentare l’ICI per chi osa investire per ridurre i consumi nella propria abitazione. Il maggiore gettito dovrebbe essere devoluto all’Eni per creare un fondo di compensazione per onorare i contratti “Take or Pay” e non pesare così su tutti i cittadini; ovvero su quelli che non possono permettersi di investire in risparmio energetico perché devono comprarsi il decoder TV e il telefonino di ultima generazione.
E poi perché investire in risparmio energetico e avere il 10% annuo netto di interesse in bollette risparmiate, quando è possibile farsi rapinare i propri soldi comperando Bond spazzatura? Vuoi mettere il brivido di finire sul lastrico e poterlo raccontare? Magari in televisione da Costanzo o da Bonolis? Perché spendere ora 200 Euro in più per comprare un frigorifero o una lavatrice a basso consumo e risparmiarne 100 all’anno per i prossimi 10 anni, quando con quei 200 Euro posso fare ora l’abbonamento a Sky?
Ma poi, cosa sono il risparmio energetico, l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili? La TV non ne ha mai parlato, quindi non esistono. Oppure sono qualche invenzione dei comunisti per farci spendere i nostri sudati risparmi in cose inutili e costose.
E la CO2? E il cambiamento climatico? Abbiamo presentato un Piano Nazionale per la riduzione dei Gas Serra: l’ambiente come opportunità. Bel titolo, anche se abbiamo sottostimato i consumi al 2010 e se abbiamo sovrastimato i crediti di emissione ricavabili da investimenti all’estero. In fondo sono solo numeri e alla prima occasione possiamo aggiustarli. Abbiamo anche presentato a Bruxelles il Piano Nazionale di allocazione delle emissioni; abbiamo confuso intensità energetica con efficienza energetica, ma se se ne accorgono, potremo sempre dire che si è trattato di un refuso di segreteria. E poi da qualche parte abbiamo sempre un uomo per tutte le stagioni che al momento opportuno tirerà fuori il coniglio giusto dal cappello giusto e il gioco è fatto.


 


21 aprile 2004
Ritiro immediato dall'Iraq
di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante (Legambiente)
pubblicato su Europa di oggi

L'ultimo mese ha portato cambiamenti radicali nella vicenda irachena: prima la vittoria elettorale in Spagna dei socialisti di Zapatero, che ha rotto il fronte della guerra preventiva e unilaterale; poi la drammatica escalation di violenze in Iraq, che per la prima volta dal 1945 ha coinvolto il nostro Paese in azioni di guerra con vittime civili; infine la tragica spirale dei sequestri di cittadini occidentali, con la cattura di quattro italiani e l'assassinio di Fabrizio Quattrocchi, e poche ore fa l'annuncio del nuovo premier spagnolo che la Spagna anticiperà ulteriormente i tempi del proprio ritiro.
A questo mutamento di scenario la politica italiana ha reagito a modo suo, facendo finta che tutto sia rimasto com'era. La maggioranza di centrodestra continua a ripetere che in Iraq gli "alleati" stanno costruendo la pace e la democrazia. Il centrosinistra continua a dividersi tra fautori di un ritiro immediato e incondizionato delle nostre truppe e chi, soprattutto la Lista unitaria, preferisce rimandare ogni valutazione definitiva (ritiro sì o ritiro no) alla mitica data del 30 giugno, coltivando ancora la speranza - anch'essa vagamente mitologica - che in poche settimane gli Usa si convincano a cedere all'Onu la gestione del cosiddetto dopoguerra iracheno.
Molte cose non comprendiamo di questo atteggiamento di suprema cautela. Quando gli eventi rendono tanto più evidente, anche in termini meramente pragmatici, il fallimento della visione che ha portato all'invasione dell'Iraq, a quella scelta disgraziata che il centrosinistra italiano ha contrastato senza tentennamenti; quando si dimostra che la democrazia non si può esportare e che la politica di Bush e Blair non fa che dare crescente alimento al terrorismo islamico, ci si aspetterebbe che quanti hanno militato fin dall'inizio dalla parte giusta (giusta secondo noi, per carità...) rafforzino il proprio impegno per porre fine a questa avventura insensata. E invece nelle dichiarazioni anche più recenti di Francesco Rutelli e di Piero Fassino si legge una sorta di pudore nel rivendicare con forza le proprie ragioni. Nel dire al nostro governo: "Vi avevamo avvertito che vi stavate cacciando in un tunnel, ora metteteci una pezza ritirando immediatamente le truppe e unitevi all'Europa che chiede, ormai quasi unitariamente, di voltare pagina rapidamente e radicalmente in Iraq". Di dire insomma le stesse cose che hanno ripetuto più volte non degli estremisti, ma politici indiscutibilmente moderati come il presidente francese Chirac, il ministro degli esteri tedesco Fisher, il presidente della Commissione europea Romano Prodi.
Va respinto il ricatto di chi sostiene che ritirarsi oggi dall'Iraq equivarrebbe ad abbandonare il Paese a una terribile guerra civile: è questa occupazione che rischia di "vietnamizzare" l'Iraq, e solo se i partner della coalizione anglo-americana decideranno di ritirarsi, Bush e Blair si vedranno costretti a scendere a patti con la comunità internazionale e potrà aprirsi davvero per Baghdad un cammino di pacificazione e democratizzazione. Nemmeno è questione, ci preme sottolinearlo, di pacifismo integrale, di no alla guerra senza se e senza ma: siamo convinti che la guerra sia sempre un male, ma anche che ci sono casi in cui ribellarsi con le armi contro un'oppressione o intervenire con le armi per fermare uno sterminio sia non solo legittimo ma profondamente "morale". Sono state morali la guerra e la Resistenza contro il nazifascismo, è stato immorale non intervenire in Bosnia o in Ruanda. Il punto è molto più specifico: il no senza se e senza ma è a questa guerra illegale e controproducente ai fini stessi della lotta al terrorismo, un no che il centrosinistra italiano ha urlato quando è stata decisa e al quale oggi non può, non deve mettere la sordina.
Invece quelle due parole semplici e chiare, ritiro immediato, non vengono pronunciate. Difficile capire il perché, ma qualche ipotesi si può tentare. Certo il sequestro dei quattro "vigilantes" italiani, e poi la barbara uccisione di Quattrocchi, hanno suscitato grande impressione nell'opinione pubblica, suggerendo che questa sia l'ora della solidarietà di tutti con i nostri connazionali prigionieri. Anche in questo caso, però, sarebbe bene imparare dalla Spagna. Il giorno dopo l'attentato del 12 marzo, milioni di spagnoli di tutte le idee politiche si sono ritrovati uniti nelle piazze per manifestare il loro rifiuto del terrorismo assassino: ma l'unità nazionale si è fermata qui, e le forze contrarie alla guerra non hanno fatto sconti al governo Aznar che aveva schierato il Paese a fianco di Bush. Lo stesso sarebbe bene che avvenisse in Italia. Legambiente ha aderito alla manifestazione del 18 marzo contro il terrorismo, e non siamo affatto pentiti di quella scelta, ma l'esigenza sacrosanta di una condanna unanime, e "prepolitica", della follia terrorista, nulla toglie alla necessità di battersi per una rapida uscita dell'Italia dal pantano iracheno, che oltretutto dopo la dissociazione spagnola renderebbe non più camuffabile il carattere unilaterale e neoimperiale della guerra all'Iraq e perciò avvicinerebbe la possibilità effettiva di un "ritorno" dell'Onu. Così per la vicenda dei quattro italiani sequestrati: tutta la solidarietà umana verso il povero Quattrocchi, verso i suoi tre colleghi, verso le famiglie, doveroso ogni sforzo per riportare gli ostaggi a casa sani e salvi, ma trasformare questo dramma in un inno all'italianità coraggiosa o addirittura eroica è di pessimo gusto ed è un insulto alla verità. Intanto si cominci a pretendere dal nostro governo un minimo atto di chiarezza e di decenza: dicano chiaro e tondo che chi si trova in Iraq non in quanto militare né perché impegnato in compiti umanitari, è lì a proprio rischio e pericolo. L'Iraq è un Paese in guerra, non ci si va in cerca di lavoro. In questi giorni commentatori anche molto autorevoli hanno tessuto le lodi della "bella morte" di Quattrocchi. Tra gli ultimi Gianni Riotta sul Corriere della Sera di sabato scorso, che ha epicizzato la fine di questo giovane uomo solitario e vero che muore invocando la patria, contraltare all'immagine abusata dell'italiano sentimentale e un po' vigliacco. Ma di cosa parla, Riotta? Personalmente proviamo rispetto e anche ammirazione per il coraggio, la spavalderia mostrati da Quattrocchi davanti ai suoi aguzzini. Però Fabrizio Quattrocchi non è un eroe: come ha sintetizzato mirabilmente in un'intervista il vecchio Mario Monicelli, eroi sono coloro che sacrificano la vita per un ideale o per il prossimo.
Noi ci auguriamo che nelle prossime ore i leader della Lista unitaria le dicano le due parole "ritiro immediato". Che alla domanda su cosa intendano per "apertura di una fase nuova che veda l'Onu protagonista in Iraq", rispondano senza fumisterie che una presenza militare straniera in Iraq è ammissibile solo se il comando, e la scelta dei Paesi da coinvolgere, diventano delle Nazioni Unite. Che cioè si dimostrino riformisti nel senso migliore del termine: rigorosi nell'analisi, costruttivi nella proposta.



Gennaio 2004
Una brutta finanziaria
di Natale Ripamonti, Senatore dei Verdi
(Nota estesa di analisi della Finanziaria 2004 112K)
Condono edilizio, svendita del patrimonio storico artistico pubblico, agevolazione al trasporto commerciale su gomma. Questi alcuni punti negativi di una finanziaria che nel complesso lascia molto a desiderare. Tra i punti positivi da segnalare sul fronte degli incentivi fiscali la proroga dell’agevolazione IVA per le ristrutturazioni edilizie (10%), la proroga al 31 dicembre 2004 della detrazione Irpef del 36% delle spese sostenute per le ristrutturazioni edilizie e quelle in materia di accisa dei carburanti ecologici quali le emulsioni stabilizzate, il gas metano per usi civili ed uso industriale nonché l’agevolazione per le reti di teleriscaldamento alimentate con biomassa. Da segnalare inoltre le agevolazioni fiscali (detrazioni del 36% Irpef) per gli interventi privati di salvaguardia e manutenzione dei boschi.
A fronte di tutto ciò, come si diceva, vanno però segnalati i pessimi provvedimenti come il condono, la svendita del patrimonio pubblico di pregio e il taglio ai fondi per la messa in sicurezza degli edifici scolastici. Il condono consente la sanatoria di tutte le opere abusive "ultimate" ( cioè complete, anche se non corredate di impianti ) entro il 31 marzo 2003. Gli effetti della domanda di sanatoria sono immediati. Ad esempio, i procedimenti penali e quelli per le sanzioni amministrative si sospendono già con la sola presentazione e con l'attestazione del pagamento dell'oblazione. Da segnalare alcune modifiche apportate in corso d’opera: la prima è l'aumento dal 30 al 50% della quota dovuta al comune delle somme che verranno riscosse a titolo di conguaglio dell'oblazione, come incentivo a definire presto le pratiche di condono. La seconda, rilevante, è l'introduzione del doppio limite alle volumetrie massime sanabili : 750 metri cubi per singola unità immobiliare e per singola domanda di condono e 3 mila mc complessivi per edificio. La terza novità è l'esclusione della sanatoria nelle aree del demanio marittimo, lacuale e fluviale, nonché nei terreni gravati da diritti di uso civico. Nelle altre aree dello Stato si potranno regolarizzare opere abusive.
Quanto alla svendita del patrimonio storico artistico, ecco le novità. Ogni cosa immobile e mobile appartenente allo Stato, alle Regioni, alle province, alle città metropolitane, ai comuni e ad ogni altro ente ed istituto, tutelate dal decreto legislativo 490/1999 saranno sottoposte alla “verifica circa la sussistenza dell’interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico” da parte delle Soprintendenze, d’ufficio o su richiesta dei soggetti cui le cose appartengono. Qualora la soprintendenza non ravvisi più la sussistenza dell’interesse artististico o storico, il bene in questione viene automaticamente escluso dalla tutela del decreto e qualora appartenesse anche al demanio statale o regionale o degli altri enti territoriali, il bene in oggetto verrà immediatamente “sdemanializzato”. I beni svincolati e sdemanializzati potranno essere alienati con le procedure previste dal decreto legge 351/2001 e quindi attraverso le famose società veicolo (Scip 2). Le soprintendenze nell’effettuare la sussistenza dell’interesse si dovranno attenere a non bene specificati “indirizzi di carattere generale stabiliti dal Ministero per i beni e le attività culturali”. Ma la cosa più pericolosa è che nel caso le soprintendenze non riescano esprimersi entro un tempo stabilito, scatterà la formula del silenzio assenso in base al quale il bene potrà diventare immediatamente alienabile.
Quanto infine agli edifici scolastici la finanziaria prevede una riduzione dello stanziamento a poco più di 9 milioni di euro per l'anno 2004, ovvero solo il 10% delle risorse stabilite dal comma 1 dell'articolo 13 della Lunardi (166/2002).



29 settembre 2003
SENZA RETE

di Tazio Borges - www.tazioborges.it

Tenere accesa una centrale non dipende dal singolo operatore elettrico. Le centrali vengono accese e spente su decisione del Gestore della Rete di Trasporto Nazionale, il GRTN, ha dichiarato il presidente dell'Enel, Piero Gnudi. E di notte costa meno comprare la corrente che produrla. L'energia nucleare francese è prodotta di giorno e di notte, perché le centrali nucleari non si possono spegnere e di notte questa corrente viene venduta a prezzi stracciati. La distribuzione di energia elettrica in Italia è strutturata sull'importazione e il carico di base è assicurato da questa energia importata a basso costo.
Tuttavia sul territorio nazionale sono presenti una serie di impianti di riserva che entrano in funzione in caso di necessità e per i quali gli italiani pagano in bolletta 450 milioni di Euro all'anno per remunerarli. Perché nella notte tra il 27 e il 28 di settembre questi impianti non sono entrati in funzione? Chi li ha autorizzati a rimanere spenti invece di essere in stand by?
Cosa è successo nelle sale di controllo del Gestore della Rete? Dormivano tutti o hanno avuto ordine di non fare nulla? Ha dichiarato il portavoce del gestore della rete francese: “la mancanza di tensione è durata pochi secondi; la corrente avrebbe potuto essere riattivata immediatamente se sul versante italiano la linea fosse stata ristabilita. La disponibilità c'era, ma non sappiamo perché gli italiani non ne abbiano fatta richiesta”.
Il GRTN ha forti responsabilità nella vicenda. La difesa di Andrea Bollino basata sull'attacco, invocando la mancanza di centrali elettriche in Italia non regge. Forse è più ragionevole invocare l'unificazione con la Terna, come peraltro previsto dal disegno di legge Marzano. Ma se il GRTN è consapevole della debolezza del sistema italiano, perché ha ordinato lo spegnimento delle centrali de riserva? Da quanto tempo il Governo stava aspettando un evento catastrofico per poter lanciare l'offensiva mediatica sulla necessità di nuovi impianti?
Ma se anche avessimo tutti gli impianti necessari a soddisfare il 100% del fabbisogno di Energia Elettrica, chi potrebbe impedire ai commercianti di elettricità di comperarla a prezzi stracciati dai francesi? Di notte vige comunque la tariffa F4, che remunera solo i costi di produzione. Perché mai le varie AEM, ACEA, ecc. dovrebbero produrre elettricità a 60 vecchie lire al kWh, quando EdF la corrente “giela tira dietro” ? Cosa cambierebbe?
Se il problema è la mancanza di “potenza nostrana” perché si invoca la realizzazione delle nuove interconnesioni con la Grecia (500 MW) con l'Austria (1.000 MW) e con la Svizzera (1.500 MW) che non farebbe che aumentare il divario con il costo del kWh nostrano?
Vogliamo il mercato unico, ma il mercato unico presuppone competitività e le nostre centrali non sono competitive. Siamo sicuri che con nuove centrali il prezzo dell'elettricità diminuirà e non consentirà solamente e più semplicemente alle società elettriche di aumentare i propri profitti?
Comunque, qualsiasi cosa sia successa, uno scopo è stato ottenuto: quello di rovinare la festa di Veltroni a Roma; speriamo che perda un po' di voti.
Per il resto nella mattinata di Domenica 28 è stato annunciato: nonostante il black-out, le partite di calcio si faranno! Meno male, i “circenses” sono salvi, per il “panem” si vedrà.



8 settembre 2003
IL FANTASMA DEL PARTITO RIFORMISTA
di Fiorello Cortiana

La proposta di Prodi della lista unica dell'Ulivo ha messo in luce, come subordinata, un'ipotesi di tutt'altro segno e prospettiva: l'ipotesi del Partito Riformista, già abbozzata nei termini dell'"Ulivo piccolo" è gravida di pericoli e di possibilità, nell'incerto e asfittico bipolarismo italiano. Pensare di relegare le espressioni politiche più radicali in un ambito di marginalità costringendole alla divisione tra riformisti ed antagonisti, può forse confortare qualcuno sulla perdurante rendita elettorale mentre apre sicuramente la strada all'equazione tra i conflitti sociali e le questioni di ordine pubblico. C'è una inerzia prepotente del modello di sviluppo che per tutta la prima repubblica, in forma consociativa, ha risolto i conflitti sociali e politici con gli intrecci tra partecipazioni statali, spesa pubblica illimitata e corruzione diffusa. Il "fenomeno Berlusconi" prima che causa del dissesto istituzionale e sociale costituisce il prodotto della crisi di cultura politica e di partecipazione dei partiti dell'arco costituzionale responsabili di quel modello. L'ipotesi di Prodi nel'96, di Alleanza per il Governo come incontro sul piano programmatico tra le famiglie democratiche storiche e più recenti nasceva da questa consapevole lettura, che era emersa dopo le elezioni del '94. La desistenza prima e le manovre ambiziose di leader che si sentivano in discussione dopo, non basterebbero a giustificare che il centrosinistra in cinque anni, a parte lo straordinario risanamento attuato con la concertazione, non ha saputo declinare un nuovo modello di sviluppo nel quale la questione dell'innovazione e dell'orizzonte politico europeo sapessero coniugarsi con la qualità sociale, la qualità ambientale e la qualità dell'informazione/comunicazione. Con questi precedenti un fantasma si delinea di fronte a noi, a partire dalla banale considerazione che l'eventuale partito riformista italiano non disporrebbe di autosufficienza elettorale: ciò che ad oggi si è a volte materializzata come una rassicurante sponda per l'UDC e le sue insofferenze si può configurare in futuro come un'organica alleanza centrista. Non mancheranno le giustificazioni dell'emergenza istituzionale, economica e sociale, che il Polo produce quotidianamente, il tutto godrebbe di una grande continuità con i primi quarant'anni della Repubblica e del sostegno dei poteri che in questa si sono formati ed ingrassati. E' questo il riformismo? Può consistere nella sola mitigazione del liberismo attento a non disturbare tutte le rendite di posizione prodotte nella storia della Repubblica? Per altro è altrettanto evidente l'inefficacia politica del relazionarsi ai conflitti senza farsi carico di proposte di governo praticabili e quindi capaci di rispondere alle ragioni che li generano. Questo scenario non è ineluttabile, con buona pace di chi ha pensato di ridurre l'emersione di una cittadinanza planetaria e le sue istanze ad una questione italiana, di partito e personale risolta con una candidatura a sindaco. Le riforme occorrono, in particolare dopo quelle attuate dal Polo, la possibilità che non restino nominali e che consentano alla politica pubblica di riferirsi ad interessi generali, risiede nella capacità di chi esprime radicalità politica di non farsi emarginare bensì di attraversare in modo plurale tutti i partiti della possibile coalizione democratica. Ciò richiede luoghi aperti e partecipati di ascolto e confronto sui diversi temi programmatici per un altro governo. Chi può iniziare questo processo rompendo uno stallo al quale si affacciano fantasmi inquietanti? Nella sfera istituzionale, coloro che eletti in varie forze politiche hanno condiviso in questi anni un approccio comune dalla guerra agli OGM, dalla scuola alla brevettabilità del software, dall'alienazione di una politica per l'ambiente ai diritti e alla dignità di tutti i lavoratori. Non si tratta di pensare ad una nuova formazione politica, al contrario si tratta di riportare con forza il confronto nel centrosinistra sulle questioni di merito. E' una questione nobilmente politica di competizione e cooperazione che deve riguardare tutta la coalizione e la partecipazione sociale: l'esito ci dirà se un'alternativa al governo del Polo si darà per disperazione, nuova consociazione o, piuttosto, per l'investimento elettorale in una alleanza credibile perché capace di avviare le riforme di qualità.



31 agosto 2003
BLACK-OUT A CAUSA DI UNA LAMPADINA BRUCIATA ALLA CASA BIANCA
di Greg Palast* - Traduzione a cura di Tazio Borges - www.tazioborges.it

Posso dirvi tutto su quei “poco di buono” che stanotte ci hanno spento le luci, rimandandoci nel Medio Evo. Mi sono già imbattuto in questi personaggi, la First Energy e la Niagara Mohawk Power Company, qualche anno fa. Vedete, prima di fare il giornalista, mi guadagnavo da vivere come investigatore sulle truffe aziendali.
La caduta della corrente è iniziata alla First Energy Ohio. Questa compagnia è stata il modello per il film “Sindrome Cinese”. Veramente. Poi la First Energy Pennsylvania ha perso maldestramente il controllo della sua unità. Questa è la “famiglia Simpsons” che fuse la centrale nucleare di Three Mile Island.
Successivamente la Niagara-Mohawk andò in tilt provocando il black-out di New York. La fama della Ni-Mo risale agli anni ‘80 quando costruì una centrale nucleare, Nine Mile Point, un costososissimo ammasso di ferraglia per cui Ni-Mo e i suoi soci hanno fatto spendere miliardi di dollari agli utenti della rete elettrica dello stato di New York.
Per realizzare questo immenso furto con i kilowatt, il consorzio, guidato dalla Ni-Mo costruì ad arte dei rapporti su costi e durata dei lavori; quindi fece un lavoro alla Harry Potter sui libri contabili.
Nel 1988 ho mostrato ad una giuria la nota di un dirigente di una delle aziende, la Long Island Lighting (LIL), che dava istruzioni a un capoccia della NiMo su come mentire ai responsabili del governo. La giuria ordinò alla LIL di pagare 4,3 miliardi di dollari e alla fine, di chiudere l’attività.
Ecco cosa accadde. Dopo che la LIL fu martellata dalla legge, dopo che il governo sanzionò la Niagara Mohawk e dozzine di altre utilities in tutta l’America intente a truccare i libri contabili e a contraffare documenti, con multe per un totale di decine di miliardi di dollari, gli industriali si unirono per giurare di non infrangere mai più le regole. Il loro piano non era di seguire le regole, ma di ELIMINARLE!. Lo chiamarono ‘deregulation’.
Era una specie di comitato di rapinatori di banche che cercavano il modo di poter scassinare le casseforti legalmente.
Ma non osarono lanciare lo schema negli USA. Invece, nel 1990, un piccolo gruppo di ambigui operatori del Texas, la Houston Natural Gas, operanti sotto lo pseudonimo di ‘Enron’, convinsero un ultra fanatico del libero mercato, il primo ministro inglese Margaret Thatcher, ad autorizzare la prima centrale elettrica completamente deregolamentata dell’emisfero.
Così iniziò un disastro economico che si propagò più velocemente della SARS.
Per la cronaca, la Enron ricompensò il ministro per l’energia della Thatcher, tal Lord Wakeham, con un mucchio di dollari per i servizi di “consulenza” resi ed un posto nel consiglio di amministrazione della Enron stessa. L’esperimento inglese dimostrò la fattibilità della nuova formula industriale della Enron: cioè che l’entusiasmo dei politici per la deregulation era direttamente proporzionale alle bustarelle pagate dalle compagnie produttrici di elettricità.
L’élite dell’elettricità mosse i suoi primi passi in Inghilterra perché sapeva che gli Americani non avrebbero ingoiato facilmente la pozione avvelenata della deregulation. Gli USA erano abituati alla corrente a basso prezzo disponibile allo scatto dell’interruttore. Questa era l’eredità di Franklin Roosevelt, che nel 1933 imprigionò quello che credeva essere l’ultimo pirata dell’ elettricità, Samuel Insull. Speculatore a Wall Street, Insull creò il Power Trust e, sei decenni prima di Ken Lay, falsificò i libri contabili e truffò i consumatori.
Per stroncare Insull e quelli come lui, Roosevelt ci diede la Federal Power Commission e la Public Utilities Holding Company Act, una legge che metteva sull’attenti le compagnie elettriche. Norme dettagliate limitavano i prezzi alla spesa effettiva più un guadagno fissato dal governo. La legge vietò la compravendita di elettricità e obbligava le compagnie a mantenere le luci accese, sotto la minaccia dell’arresto; nessun ricatto di black-out per aumentare i prezzi.
Mentre scrivo qui al buio, è importante sottolineare che il legislatore fissava alle utilities esattamente quanto avrebbero dovuto spendere per assicurare che il sistema fosse in buono stato e che la corrente fosse disponibile. I burocrati ispezionavano le reti e come me rovistavano nei libri contabili per assicurarsi che i dirigenti delle aziende elettriche spendessero i soldi dei loro clienti in lavoro e pezzi di ricambio. Se non lo avessero fatto, gli avremmo sbattuto in faccia il nostro pesante regolamento. Abbiamo ostacolato lo spirito imprenditoriale di questi uomini d’affari ? Certo che sì.
Cosa importantissima, Roosevelt proibì i contributi ai politici da parte delle aziende di pubblica utilità; nessun finanziamento né diretto, né indiretto, nessun finanziamento e basta.
Ma poi venne George Primo. Nel 1992, appena prima di lasciare la Casa Bianca, il presidente Bush Senior diede all’industria elettrica un lungo e profondo bacio d’addio: la deregolamentazione federale dell’industria elettrica. Fu un’eredità che volle lasciare al figlio, la gratitudine delle aziende elettriche, che pagarono 16 milioni di dollari per la campagna dei Repubblicani nel 2000, sette volte la somma che diedero ai Democratici.
Ma il regalo di Bush padre, la deregolamentazione dei prezzi all’ingrosso a livello federale, diede ai pirati dell’elettricità solo la metà del bottino del contribuente. Per il grande giorno di paga avevano bisogno della deregolamentazione a livello statale. C’erano solo due stati, la California e il Texas, abbastanza grandi e abbastanza Repubblicani per inaugurare il mercato dell’elettricità.
La California cadde per prima. Le società elettriche spesero 39 milioni di dollari per far fallire un referendum del 1998, promosso da Ralph Nader, che avrebbe bloccato la deregulation. Altri 37 milioni furono spesi per fare pressione e lubrificare i forzieri elettorali dei politici statali in modo da scrivere una bugia nella legge: nel preambolo alla legge sulla deregulation, il legislatore promise che la deregolamentazione avrebbe ridotto le bollette elettriche del 20%. Invece, nella prima città californiana che operò ‘senza regole’, San Diego, il 20% di risparmio divenne un aumento del 300% delle tariffe addizionali.
La Enron ha circuito la California e si è leccata i baffi. Come primo contribuente alla campagna elettorale di George W. Bush, aveva fiducia nel futuro. Insieme a una mezza dozzina di altre società controllava il 100% dell’ elettricità necessaria a tenere in piedi lo Stato Dorato (Golden State). Il loro motto era: “o la borsa, o la luce”.
Enron e i suoi camerati hanno usato il sistema come un Bancomat rotto, strappando le ricevute. Per esempio, nelle vergognose aste per l’elettricità bandite dallo Stato, la Enron offrì, in un’occasione, di fornire 500 megawatt di elettricità su una linea da 15 megawatt. Come versare un gallone di benzina in un ditale; le linee sarebbero bruciate se solo ci avessero provato. Di fronte al black-out minacciato dalla distruttiva offerta della Enron, lo Stato fu disponibile a pagare qualsiasi cosa pur di mantenere le luci accese.
E così fu. Secondo il Dr. Anjali Sheffrin, economista presso l’Independent System Operator della California, organismo statale che sovraintende la distribuzione dell’elettricità, tra maggio e novembre del 2000, tre giganti dell’elettricità hanno limitato, fisicamente o ‘economicamente’, la distribuzione di energia elettrica allo Stato e hanno concepito delle offerte sufficientemente ingannevoli per causare un extra costo di oltre 6,2 miliardi di dollari ai clienti californiani.
Bisognò aspettare fino al 20 dicembre 2000 perché, con le luci sul Golden Gate spente, Bill Clinton, un tempo promotore della deregulation, ritrovasse l’anima democratica perduta ed imponesse dei limiti di prezzo in California e bandendo la Enron dal mercato.
Ma i bucanieri della lampadina non dovettero aspettare troppo per rimettere i loro uncini sulla cassa del tesoro. Settantadue ore dopo essersi installato alla Casa Bianca, mentre ancora si spazzavano le bottiglie dello champagne inaugurale, George Bush Secondo capovolse il decreto di Clinton riportando sul mercato della California i pirati dell’energia.
Enron, Reliant (alias Houston Industries), TXU (alias Texas Utilities) e gli altri che avevano tagliato economicamente i cavi elettrici alla California, sapevano che avrebbero potuto contare su Dubya che, da governatore dello Stato della ‘Stella Solitaria’, concesse loro la deregolamentazione più ricca d’America.
Nel frattempo, il virus della deregulation era arrivato a New York, dove il governatore repubblicano George Pataki e i suoi delegati alla pubblica utilità pescati dall’industria, eliminarono il limite imposto al prezzo dell’elettricità e sollevarono i miei vecchi amici della Niagara Mohawk dal costoso onere di un’adeguata manutenzione della rete elettrica.
Così l’asse Pataki-Bush permise qualcosa che deve aver fatto rivoltare nella tomba l’ex governatore di New York, Roosevelt. Essi consentirono ad un’azienda estera, la National Grid of England, nota per la sua incompetenza, di comprare la Ni-Mo, di licenziare 800 dipendenti e intascare la maggior parte dei loro salari, ottenendo un bonus di quasi 90 milioni di dollari per gli azionisti Ni-Mo.
È una sorpresa il black-out di stanotte ? No di certo, non per noi del mestiere che abbiamo osservato i soci di Bush manipolare gli interruttori di tutto il mondo. In Brasile, la Houston Industries si è impossessata della compagnia elettrica di Rio de Janeiro. I Texani, aiutati dai loro partner francesi, hanno licenziato lavoratori, aumentato i prezzi, tagliato le spese di manutenzione e, CLICK! la corrente se ne è andata così spesso che i brasiliani ora la chiamano ‘Rio Scuro’ (Rio Dark).
Allo stesso modo i mandriani inglesi che controllano la Niagara Mohawk, cavalcando il libero mercato, hanno aumentato i prezzi, cacciato il personale, tagliata la manutenzione e CLICK! New York si unisce al Brasile nel Medio Evo.
I Californiani hanno trovato la soluzione al disastro della deregulation: rieleggere l’unico governatore della nazione con le palle, che possa tener testa a coloro che decidono il prezzo dell’elettricità. E, a differenza di Arnold Schwarzenegger, il governatore Gray Davis ha affrontato da solo i cattivi, senza usare controfigure. Davis ha definito la Reliant Corporation di Houston un’accozzaglia di pirati ed ora cammina lungo un’asse sporgente in mare per aver osato resistere ai predoni del Texas.
E il Presidente dov’è ? Prima di atterrare sul tetto dell’Abe Lincoln, la Casa Bianca era così preoccupata per i suoi coraggiosi ragazzi alle prese col nemico, che hanno usato la scusa della guerra come pretesto per ottenere dal Congresso una deregolamentazione dell’elettricità ancora più spinta. Ciò ha una certa logica: non ha senso sconfiggere l’Iraq se in California rimane un regime ostile.
Seduto al buio, mentre la batteria del mio computer portatile se ne va, non so se la verità sulla deregulation vedrà mai la luce, finché non cambieremo la lampadina bruciata alla Casa Bianca.

* Giornalista investigativo, Greg Palast ha denunciato scandali, frodi, corruzione e bugie nei più alti posti del potere dalla Casa Bianca alle multinazionali americane. Conosciuto in Inghilterra come il più grande giornalista investigativo del nostro tempo, Palast ha rivelato alcune delle più grandi storie della passata decade, incluse:
- come Bush ha affossato le indagini dell’FBI sui finanziamenti al terrorismo da parte dell’Arabia Saudita;
- come la famiglia Bush ha rubato le elezioni in Florida;
- come la Enron ha ingannato, mentito e raggirato diventando un monopolio dell’energia.
Le inchieste di Greg Palast, che hanno vinto premi per BBC e Guardian papers of Britain, possono essere consultate su www.gregpalast.com.
Greg Palast è autore di una famosa inchiesta del New York Times, “The best democracy money can buy” che racconta la verità sulla globalizzazione, le multinazionali e gli imbrogli dell’alta finanza e di una semisconosciuta, “Democracy and regulation”, una guida alla deregolamentazione dell’elettricità pubblicata dalle Nazioni Unite (scritta con T. MacGregor e J. Oppenheim).



5 agosto 2003
A PROPOSITO DI BLACK-OUT di Tazio Borges - www.tazioborges.it
Il punto su reali costi del nucleare, a confronto con le fonti rinnovabili.

L’Italia è un paese strano. Tutti pretendono di saper fare bene il lavoro degli altri, ma nessuno fa bene il suo lavoro. L’ultimo, in ordine di apparizione, è stato il Sindaco di Milano che, dopo aver chiuso una piscina comunale il giorno dopo l’inaugurazione perché perdeva i pezzi, è apparso al TG3, pontificando sulla avventata scelta di 16 anni fa di abbandonare l’energia nucleare.
Già il nucleare. Ormai non c’è convegno, seminario, intervista pubblica, articolo giornalistico sui problemi energetici del paese in cui non venga evocata la sciagura del referendum che di fatto ha messo in moratoria il nucleare in Italia e che secondo tutti (quelli che pretendono di saper fare il lavoro degli altri) è la causa principale degli attuali black-out.
Fortunatamente la maggior parte degli addetti ai lavori, a cominciare dal ministro Marzano, hanno i piedi per terra e sono consapevoli che attualmente i costi dell’energia nucleare sono salati e che riavviare un programma nucleare in Italia è pure follia, non solo per motivi politici ma soprattutto per motivi economici.
Sempre quelli che pretendono di saper fare il lavoro degli altri, continuano a sbandierare il basso prezzo dell’elettricità francese, senza sapere che c’è differenza tra prezzo e costo. Il prezzo dell’energia nucleare francese infatti non comprende gli accantonamenti per il decommissioning delle centrali, non comprende i costi di smaltimento e di stoccaggio delle scorie radioattive e non comprende i costi per la sicurezza.
Nel Regno Unito ad esempio i costi di costruzione di una centrale nucleare assommano a 1.828 $/kW a cui vanno aggiunti 420 $/kW di interessi passivi durante la costruzione (fonte OCSE-NEA). A titolo di confronto un Ciclo Combinato a gas viaggia ormai intorno ai 500 Euro/kW. I costi di decommissioning del nucleare sono stimati in 360 $/kW, ma vengono accantonati solo 28 $/kW. In Francia, a fronte di costi di costruzione più interessi passivi di 1.264 $/kW vengono accantonati 34 $/kW per il decommissioning, il cui costo è sconosciuto ma che non dovrebbe essere molto distante dai costi inglesi.
Sui costi di back-end dei combustibili c’è il mistero più assoluto. Il back-end comprende i costi legati a: trasporto del combustibile esaurito, stoccaggio, riprocessamento, vetrificazione, smaltimento scorie.
Secondo l’Associazione Italiana Nucleare (www.ain.it) a fronte di un costo totale del combustibile di 0,8 centesimi di Euro per kWh prodotto, il costo di back-end incide del 33,4% in presenza di riprocessamento (pari a poco più di 5 vecchie lire/kWh). Sempre secondo l’AIN il costo di smaltimento delle scorie ammonterebbe solamente all’1% del costo del ciclo del combustibile.
Sarebbe interessante a questo punto capire come mai gli esperti dell’Apat, l’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente hanno stimato in 2 miliardi di Euro in 20 anni il costo per smaltire la montagna di 58.000 metri cubi di rifiuti radioattivi accumulati dall’Italia nel periodo del nucleare (www.e-gazette.it/pp4.htm). Dal 1963, anno di avvio del primo impianto, fino al 1987, il nucleare italiano ha prodotto 92.617 GWh (www.grtn.it). Facendo un conto “della serva”, ossia dividendo i 2 miliardi di Euro necessari allo smaltimento delle scorie per i kWh prodotti, salta fuori un costo di 0,22 centesimi di Euro / kWh (pari a 42 vecchie Lire/kWh). E’ vero che i reattori italiani sono rimasti in funzione solo per poco tempo, (mediamente 10 anni) ma anche ipotizzando la produzione di kWh su una vita media di 40 anni, il costo di smaltimento si attesterebbe intorno alle 10 Lire/kWh, cifra comunque molto lontana dall’1% del costo dell’intero ciclo del combustibile sostenuta dall’AIP, senza contare che in questo caso la quantità si scorie da smaltire sarebbe come minimo quadruplicata.
I rifiuti radioattivi sono comunque ancora custoditi nelle centrali disattivate dopo il referendum, o in apposite piscine per essere raffreddati in continuazione. Il materiale irraggiato è guardato a vista da militari armati che da 16 anni vi fanno la ronda 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno, Natale e Pasqua compresi. Ma il costo dei militari e di tutta la logistica necessaria viene calcolato nel prezzo del kWh o viene banalmente scaricato sui costi del Ministero della Difesa e quindi a carico di tutti i contribuenti? Sarebbe interessante sapere ad esempio quanto costa allo stato francese la sorveglianza degli oltre venti siti nucleari che dopo l’11 Settembre è stata quadruplicata e se tale costo viene imputato alla tanto decantata elettricità a basso prezzo o se viene scaricato sulle tasse dei cittadini francesi.
Mercoledì 4 Giugno 2003, sul Sole 24 Ore è comparso un articolo: Gli alti costi affondano British Energy. Secondo il corrispondente da Londra, British Energy, il colosso del nucleare che produce quasi un quarto dell’energia elettrica britannica, nel 2002 ha registrato perdite per circa 6 miliardi di Euro e il governo ha dovuto intervenire con un prestito straordinario di 650 milioni di sterline e l’esenzione dall’oneroso pagamento per la manutenzione degli impianti. In conclusione, il contribuente britannico dovrà pagare 200 milioni di sterline all’anno per i prossimi 10 anni.
Il costo di produzione dell’energia nucleare inglese è infatti di 21,70 sterline per Megawattora (costo che corrisponde a circa 70 vecchie lire per Kilowattora) contro un prezzo di vendita di 18,30 sterline per MWh. Prezzo che grazie ai nuovi cicli combinati a gas è sceso nel 2003 ancora del 10% fino a toccare recentemente le 16 sterline per MWh.
Ma come, in Italia abbiamo lunghe code di sfaccendati che teorizzano pubblicamente che l’energia elettrica da nucleare è praticamente gratis. Mandiamoli tutti da Tony Blair a risolvere i problemi del nucleare britannico!
La verità è che nel paese di Pulcinella, dopo la scelta referendaria del 1987, sicuramente emotiva, di abbandonare il nucleare, poco o nulla è stato fatto per creare un sistema alternativo che puntasse sull’abbattimento drastico dei consumi finali, sullo svecchiamento e l’incremento dell’efficienza degli impianti termoelettrici e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili.
Il parco termoelettrico italiano viaggia ancora al 39% di efficienza e ci vorranno ancora parecchi anni prima che venga completamente ammodernato, il risparmio energetico è rimasto nei sogni e le fonti rinnovabili di energia sono ancora considerate marginali e quindi inutili.
Il paese del sole è ultimo in Europa nell’uso dell’energia solare. Per quanto riguarda gli impianti solari termici per la produzione di acqua calda e per il riscaldamento degli ambienti, in Europa si contano più di 12 milioni di metri quadrati di collettori installati con la Germania che da sola ne conta più di 4 milioni (35%). Seguono la Grecia e l’Austria rispettivamente con 3 milioni di m2 (24%) e 2,3 milioni di m2 (18%). L’Italia con circa 270.000 m2 installati copre appena il 2%.
I ritmi di crescita sono elevati e negli ultimi anni si assestano tra il 25% e il 30% all’anno. Nel 2001 in Germania sono stati installati 900.000 m2 di collettori solari, in Austria 160.000 m2, in Grecia 170.000 m2 e in Italia 55.000 m2 , ma di questi, il 50% è stato installato nelle Province di Trento e Bolzano, che come cultura, sono più affini ai paesi nordici.
Il volume di affari dei soli produttori europei supera i 100 milioni di Euro con circa 1000 occupati solo per la produzione dei collettori e senza considerare quindi tutto l’indotto che va dalla progettazione alla vendita, installazione e manutenzione degli impianti. Il mercato è in mano a Germania, Danimarca, Svezia, Austria, Francia.
Per quanto riguarda il solare fotovoltaico, il mercato mondiale ha conosciuto negli ultimi anni un notevole sviluppo, passando dai 45 MW del 1990 ai 287 MW del 2000 e ai 390 MW nel 2001. Da molti anni gli incrementi annuali si aggirano tra il 20% e il 30% e tutte le analisi concordano nel prevedere ulteriori incrementi di crescita. Alla fine del 2002 risultano installati quasi 2.000 MWp. I paesi maggiormente impegnati sono Giappone, Germania, USA, Australia, Olanda, Spagna.
Nel 2000 il 45% della produzione mondiale di celle e di moduli è stato coperto dalle industrie giapponesi, il 26% da quelle statunitensi e il 21% da quelle europee (principalmente Germania e Spagna). Il paese più impegnato è il Giappone che ha un obiettivo al 2010 di 5.000 MW installati. Gli Stati Uniti hanno lanciato un programma che prevede l’installazione di 3.000 MW al 2010 e la Germania dovrebbe garantire da sola la metà della potenza prevista dall’Unione Europea.
In termini di incentivazione, le misure in conto energia (buy-back tariff) adottate dai governi tedesco, austriaco, olandese, spagnolo e ora anche quello francese, provocano rilevanti ricadute in termini occupazionali. Esperienze come quella tedesca e spagnola, dimostrano chiaramente i grandi vantaggi dell’investimento di sostegno in conto energia: certezza di mercato e di ritorno dell’investimento che consente di coinvolgere investitori istituzionali, banche ed imprese, certezza di funzionamento ed effettiva produzione degli impianti, avvio di un meccanismo di mercato semplice ed efficace.
Per contro il sostegno in conto capitale all’italiana (75% attuale, a decrescere progressivamente) promosso dal Ministero Ambiente in collaborazione con le Regioni, sta già dimostrando i suoi limiti e il suo sostanziale fallimento: bandi complicati ed estenuanti, lungaggini burocratiche, incertezza nei tempi di approvazione e di erogazione dei fondi peraltro perennemente insufficienti, controlli inesistenti.
L’energia di origine eolica ha ormai raggiunto una maturazione tecnologica tale da essere competitiva con l’energia prodotta in impianti tradizionali quali le turbine a vapore. Infatti a livello di Unione Europea è attuale il dibattito se l’eolico debba essere ancora incentivato.
Alla fine del 2002 la potenza eolica totale installata nell’Unione Europea ha superato i 20.000 MW e tale dato rappresenta il 75% del totale dell’eolico installato in tutto il pianeta. Anche in merito al dato industriale di produzione delle turbine, l’Europa mantiene la leadership: circa l’80% degli aerogeneratori venduti nel mondo sono costruiti da società del nostro continente.
Il 50% della potenza eolica installata in Europa è presente in Germania che soddisfa il 4% del consumo elettrico nazionale, mentre in Danimarca questa percentuale arriva al 18%.
In Italia alla fine del 2002 risultavano installati poco meno di 800 MW per lo più concentrati in Campania, Basilicata, Molise, Abruzzo e Sardegna.
L’industria italiana dell’eolico ha sofferto molto negli anni ’90, quando i due operatori nazionali allora attivi (Riva Calzoni e West Alenia) hanno atteso invano il decollo degli ordini da parte degli operatori italiani, vedendosi poi sorpassare dai concorrenti stranieri che avevano percorso con successo la propria curva di apprendimento nei mercati domestici.
Sul fronte del risparmio energetico, un maggiore uso delle nuove tecnologie disponibili, permetterebbe di ridurre di almeno un quarto gli attuali consumi nell’edilizia. L’Unione europea stima che il potenziale di riduzione dei consumi nell’edilizia è del 38% a scala comunitaria. Considerando che l’Italia ha probabilmente il parco edifici più “scalcagnato” d’Europa, tale potenziale arriva forse al 50%. Una maggiore consapevolezza dei livelli di consumo e delle opportunità di intervento può indurre a intervenire in modo redditizio per diminuire i consumi, riducendo i costi per il riscaldamento e per l’illuminazione e riducendo anche le emissioni nocive in atmosfera e migliorando il comfort delle abitazioni e dei luoghi di lavoro.
Le massicce campagne di informazione sull’uso razionale dell’energia e di sostegno alle Fonti Rinnovabili condotte in Germania, hanno portato questa nazione, nel volgere di pochi anni, a diventare nazione leader in vari comparti industriali d’avanguardia e a diventare un esportatore netto di nuove tecnologie energetiche.
Città come Barcellona e ora anche Madrid hanno emanato ordinanze che obbligano tutti i nuovi edifici e tutti quelli esistenti in caso di ristrutturazione, a dotarsi di impianti solari per la produzione di acqua calda ad uso sanitario e le sanzioni in caso di inadempienza sono salate: fino a 60.000 Euro.
Il nuovo regolamento edilizio tedesco limita i consumi per riscaldare le abitazioni a 50 kWh per metro quadrato. In Lombardia il consumo medio per riscaldare una casa è di 180 kWh per metro quadrato e la normativa vigente consente ancora di costruire case che consumano 120 kWh per metro quadrato.
Di fatto in Germania è stato dato un forte impulso a tutto un sistema industriale che dovrà sopperire alla rinuncia al nucleare da parte Bundestag. Da una parte è stato varato un imponente corpo normativo per ridurre all'origine il fabbisogno di energia e dall’altra è stata promossa la penetrazione di nuove tecnologie che di fatto sta ponendo la Germania stessa all’avanguardia di tali tecnologie sui mercati mondiali.
L’apertura del settore dell’energia alla concorrenza si colloca coerentemente con uno dei tre pilastri della politica energetica dell’Unione Europea: garantire la competitività delle fonti. Ciò vale evidentemente anche per le Fonti Rinnovabili e per il Risparmio Energetico.
I settori delle fonti rinnovabili e dell’uso razionale dell’energia sono definiti dall’Unione Europea settori “a dividendo multiplo” in quanto consentono:
- la crescita dell’occupazione locale;
- lo sviluppo locale;
- il coinvolgimento delle piccole imprese;
- la generazione di esternalità ambientali positive;
- la sicurezza delle fonti di approvvigionamento.
Se da una parte l’introduzione di meccanismi concorrenziali è un requisito non eludibile per lo sviluppo dell’innovazione e la crescita delle nuove tecnologie energetiche, dall’altra parte il sostegno alle fonti rinnovabili e al risparmio è indispensabile per portare a compimento processi di maturazione di tecnologie che possano condurre a maggiori benefici sociali, economici e ambientali.
Tuttavia una politica di sostegno sbilanciata sul lato della domanda può non consentire la formazione di adeguata “capacity building” in quei settori che sono tradizionalmente “deboli”; in altra parole l’industria nazionale, e lombarda in particolare, delle Fonti Rinnovabili e del Risparmio Energetico, rischia di subire le nuove tecnologie “estere” senza riuscire a maturare una propria capacità produttiva e di know-how in grado di crescere e competere sui mercati internazionali.
Dagli anni ’90 fino ad oggi, la necessità di diversificare l’approvvigionamento energetico e le istanze di tipo ambientale hanno portato le Amministrazioni pubbliche ad incentivare concretamente lo sviluppo delle Fonti Rinnovabili basandosi su differenti approcci:
- sistemi di prezzi fissati ad hoc garantiti a determinate categorie di produttori (es. CIP 6);
- detassazione delle tecnologie o dei vettori energetici (crediti d’imposta, esenzione accise);
- esenzioni fiscali estese a determinati consumatori (riduzione IVA 10% - 36% deduzione fiscale;
- contributi in conto capitale sugli investimenti destinati a soggetti privati e industriali;
- tassazioni di scopo (es carbon tax);
- portafogli verdi obbligatori (2% FR su import & produzione elettrica, obiettivi DM 24.4.2001).
Tali politiche, realizzate esclusivamente tramite interventi sul lato domanda e definibili di tipo “Demand Pull” rischiano tuttavia di:
- spiazzare l’industria nazionale se esiste un’offerta qualitativamente e quantitativamente adeguata solo estera;
- rigettare tutta una filiera da mercato se non esiste un’offerta qualitativamente adeguata;
- generare incertezza nei piani di investimento aziendale se gli schemi di sostegno sono frammentari e instabili;
- provocare crisi improvvise di mercato al termine dei programmi di sostegno o tra piani di sostegno discontinui.
In ultima analisi una politica fortemente sbilanciata sul lato domanda, come peraltro si è già verificato, fornisce scarsi stimoli all’innovazione tecnologica e al miglioramento continuo da parte delle aziende verso la qualità e la competitività internazionale.
La condizione ottimale per una veloce penetrazione di mercato delle Fonti Rinnovabili e del Risparmio Energetico è la formazione di un’adeguata “Capacity Building” da parte dell’industria con particolare riguardo alle Piccole e Medie Imprese e alle cosiddette Microimprese.
Le tecnologie per le fonti rinnovabili e per il risparmio energetico sono molto interessanti per un sistema industriale, come quello lombardo, incentrato prevalentemente sulle piccole e medie imprese.
Infatti, sebbene si tratti di lavorazioni ad alto contenuto tecnologico, è possibile raggiungere scale efficienti minime anche con dimensioni contenute, senza dover ricorrere a sistemi industriali di grande taglia e complessità come quelli, ad esempio, necessari alla fornitura di impianti termoelettrici convenzionali.
Se solo poche imprese al mondo sono oggi in grado di intervenire nel campo dei nuovi cicli combinati, dati i costi e gli investimenti necessari, le barriere di ingresso in settori quali l’eolico, il solare termico, la combustione della biomassa, la produzione di biogas, sono molto minori.
Una politica di “tecnology push” mirata ad accompagnare le giovani imprese nella delicata fase di start up e di consolidamento delle attività può consentire alle PMI di diventare competitive sui mercati internazionali non ancora maturi ma di sicuro potenziale.



Maggio 2003
Intervista a José Maria Mendiluce, candidato sindaco dei Verdi a Madrid - di Paolo Hutter
José Maria Mendiluce, da poco portavoce dei Verdi spagnoli, europarlamentare eletto come indipendente nelle liste Psoe più progressisti è il candidato sindaco di Madrid. La legge elettorale per le amministrative spagnole prevede uno sbarramento del 5%. A Madrid da 12 anni è al potere il Partido Popular.
Inevitabile la domanda politica: la destra ha un solo partito, il PP al potere. L’opposizione di sinistra ne ha già due, il Psoe e Izquierda unida: C’è bisogno di un terzo? Non rischia di disperdere forze e voti?
- I nostalgici del partito unico della sinistra devono rassegnarsi. La società è complessa, ricca di differenza e questo deve riflettersi almeno in parte nella politica. La destra si è accomunata in un solo partito nazionale (perché poi ne ha diversi a livello locale) sulla base di interessi economici corporativi e dell’egemonia di Aznar. Dall’altra parte mica si può pretendere di ridursi alla dialettica socialisti-comunisti che corrisponde al secolo passato. E noi Verdi non siamo saltati fuori oggi, siamo un partito con una sua storia in Europa. Anche se in Spagna non abbiamo ancora mai avuto un exploit, anche qui abbiamo una storia, siamo ad esempio nella coalizione che governa Barcellona. Ora ci presentiamo, non solo a Madrid, con la nostra dignità e autonomia, fronteggiando i conservatori di destra e di sinistra.
Ma Izquierda Unida non era un progetto di arcobaleno con i Verdi?
- Lo era o lo pretendeva ma via via si è ridotto, e il risultato è che adesso è praticamente solo il vecchio partito comunista mal riciclato.
Dicono che i due temi principali della campagna elettorale a Madrid sono la sicurezza e la casa. Vuol dire più polizia e più cemento? Imbarazzante per i Verdi….
- Non è imbarazzante chiedere la necessaria presenza di polizia. Però la sicurezza non è solo un problema di polizia, la sicurezza è un problema di politiche di prevenzione, sociali. Di politiche nei confronti della recente per noi e grande immigrazione. La destra spagnola ha privatizzato la sicurezza. I ricchi si pagano le polizie private e si è tagliata la spesa pubblica per la polizia, non si è investito in una polizia moderna, efficace capace di capire la città. Come Verde non ho nessun problema ad avere come obiettivo anche la sicurezza e una migliore polizia, coordinata con politiche di prevenzione.
Apro una parentesi, tu hai una esperienza di peace keeping con le Nazioni Unite.
- Sì, in Centro America, Iraq, Bosnia. Conosco i problemi della violenza, dell’odio, dei crimini contro l’umanità e non sono un pacifista da salotto. Per difendere i popoli c’è anche da agire e c’è un diritto di uso della forza che deve esercitare l’Onu . Naturalmente non l’amministrazione Bush e non dove e come pare a loro in funzioni di interessi che non hanno nulla a che vedere con la sicurezza dei popoli.
Tornando a Madrid il problema della casa..
- E’ falso che ci voglia più cemento per garantire il diritto alla casa. Madrid è già una città
record in Europa per l’uso del cemento, per la quantità di gru, suolo urbanizzato.
Il problema non è costruire più case ma renderle più accessibili come prezzi. Adesso ci vuole il 65% del salario per 20 anni. Non è il mercato libero, qui ci sono gli speculatori, quattro spudorati che controllano il 90% del suolo. Mentre contemporaneamente ci sono 200 mila appartamenti vuoti, abbandono del centro e costruzione di quartieri esterni all’americana.
E le priorità dei Verdi quali sono?
- Tante, a partire da quelle dell’ecoefficienza e dello sviluppo sostenibile. Ogni giorno abbiamo presentato una proposta fino ad arrivare a cento. Gli assi sono: quello libertario, quello sociale e quello ecologico e le proposte le confrontiamo con la società civile.
Libertà ed ecologia: come le concilii di notte nella città della movida?
- E’ una delle nostre proposte più interessanti. El Alcalde de noche, il sindaco della notte.
Una città come Madrid non può essere governata solo durante il giorno. Per noi la notte è molto importante, ci sono quasi 400 mila persone che lavorano di notte. E per noi è importante il ludico, il diritto al divertimento. E vorremmo “il patto per la notte” per governare il tutto, per conciliare i residenti che vogliono dormire con il quasi milione di persone che vuole divertirsi fino a tardi. A Barcellona (dove siamo nel governo locale) si è già fatto molto, Barcellona è una città di convivenza, Madrid di proibizioni fallimentari.
Per molti versi Barcellona è governata meglio di Madrid. E non a caso l&igrav